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personaggio mescheraEssere il personaggio

di Monica cuvertino

La possibilità di entrare nei panni del personaggio, o meglio di “essere” il personaggio risiede nella comunanza di ingredienti che fanno da ponte dall’io dell’attore a quello della persona che l’attore sarà in scena. Si apre qui un altro varco fertile verso il mondo psichico. Individuare e sperimen­tare l’esistenza di ponti percorribili tra noi e un altro (il personaggio), vis­suto inizialmente come lontano, incomprensibile o addirittura incompatibile rispetto a ciò che noi pensiamo di essere e di sentire, ha un effetto poten­zialmente deflagrante sulle nostre convinzioni riguardo a ciò che possiamo o meno essere. Non solo oggi, ma anche domani.

È un’esperienza, quella di scoprire in sé parti non riconosciute e nemmeno pensabili, che destabi­lizza rispetto alle proprie certezze sul “non essere” (io non sono maliziosa, io non sono dolce, io non sono romantico) e apre così a nuove visioni, anche future.
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L’immedesimazione, la stretta comu­nione con i respiri, i desideri, le debolezze, le gioie del personaggio che chi usa la psicotecnica sta generando pongono la persona in una posizione interna, dove l’interiorità delle due persone tende a fluttuare continuamente tra fusione e individuazione. Il senso del noto “Uno nessuno, centomila” fulcro della molteplicità dell’essere pirandelliana, vive così nella concezione del personaggio di Stanislavskij. Il personaggio è uno dei centomila persona-attore possibili, non meno vero dell’attore che si muove nella sua vita quotidiana. È questa una visione molto vicina ad una certa psicologia – ad esempio quella postulata da Hillman - quando interpreta l’unitarietà della personalità come un’illusione che, disconoscendo il nostro essere molti e continuamente altri, sacrifica così la nostra poliedricità e mortifica il nostro potenziale di sviluppo. È, quella di Stanislavskij, una concezione sintonica con la visione dell’essere umano come dotato di uno “spazio interno” che può essere ampliato e arricchito attraverso il lasciar vivere, il lasciar essere parti del proprio mondo interiore che fino a quel momento non hanno potuto respirare. Lasciar vivere e parlare la nostra Ombra, direbbe forse Jung.

 L’assunzione di un ruolo nuovo in sé può implicare poi una valenza tera­peutica poiché apre alla consapevolezza che gli ingredienti attraverso i quali noi agiamo e sentiamo sono gli stessi che vivono nei pensieri e nelle azioni degli altri. La coscienza che, a trasformare il risultato e determinare la “forma” – o meglio il “colore” – della personalità che ne nasce, è sol­tanto il modo in cui tali ingredienti vengono composti e miscelati, consente alla persona di affrontare punti di vista differenti, appartenuti fino a quel momento solo ad altri, favorendo il salto ad una dimensione di comunanza con le altre persone. È una consapevolezza che cura. Cura perché avvi­cina agli altri – in quanto figli e “portatori più o meno sani” degli stessi ingredienti – e rende, al soggetto solitario della nostra epoca, un senso di universalità, di “fratellanza”, che lo consola, lenendo il dolore provocato da una solitudine apparentemente priva di varchi. L’unicità del soggetto per­mane, ma ne vengono ammorbiditi gli aculei, e si apre uno spiraglio di comunione con l’altro.

Infine, come dimenticarlo, quella con il personaggio è una vera e propria relazione. Il personaggio è un altro con cui talvolta si dialoga, talora ci si sente vicini, altre volte non ci si comprende. Chi avvicina un personaggio al modo di Stanislavskij inizia un rapporto che durerà oltre la rappresenta­zione scenica, poiché resterà dentro di lui.

Il personaggio è un partner molto particolare, poiché è lì, nostro malgrado e nonostante i nostri rifiuti; egli non è influenzabile né dai nostri giudizi né,  tanto meno, dalla nostra incapacità di capirlo. Nel rapporto con gli altri reali abbiamo spesso l’illusione di poter modificare il nostro interlocutore, talvolta ingaggiamo lotte infinite che rispondono in modo sotterraneo a questo scopo, sul quale cade il nostro più strenuo diniego. Non capiamo e vogliamo cambiare l’altro. Ci sentiamo lontani e vogliamo modificare l’altrui modo di sentire. È un’illusione, questa, che si scontra con la realtà della persona che abbiamo di fronte, ma che viene mascherata, per noi e da noi stessi, attraverso l’attribuzione all’altro di responsabilità presunte, di cose dette o fatte che ci feriscono e via creando.
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